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Il Sahara Occidentale e’ uno stato che forse non si trova neppure in tutte le carte geografiche ed e’ abitato dai Sahrawi (Gente del Deserto), si trova a sud del Marocco sull’oceano Atlantico.

E’ una terra desertica ma ricca di giacimenti di fosfati lambita da un mare pescosissimo. Colonia spagnola dalla fine dell’800, i sahrawi danno vita ad un movimento di indipendenza nazionale chiamato Fronte Polisario che trova nell’Algeria un forte alleato mentre il  Marocco rivendica l’annessione di queste terre sotto la propria bandiera.

La morte del generale Franco nel 1975 sembra poter finalmente favorire questo progetto indipendentista quando il Marocco occupa le terre del Sahrawi con la storica Marcia Verde di 300 mila persone;  in seguito a questa occupazione  la Spagna ha concesso  il Sahara Occidentale a Marocco e Mauritania.

Dopo il ritiro delle truppe spagnole nel 1976 i sahrawi autoproclamano  “Repubblica Araba Sahrawi Democratica (RASD)” che viene riconosciuta  dall’Algeria ed altri stati africani, ma non da Usa ed Europa.

Negli anni ’80 il Marocco ha costruito un muro di oltre 2700 km includendo nel proprio territorio la frazione economicamente piu’ rilevante del Sahara potenziando lo sbarramento con esercito e mine antiuomo.

La guerra che ne consegue e gli atti di terrorismo diventano insostenibili tanto che nel 1988 l’Onu decide di istituire un referendum per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale. In seguito a questa risoluzione, nel 1991 Marocco e Polisario firmano un “cessate il fuoco” a cui seguono infruttuose trattative diplomatiche.

Purtroppo, ancora oggi,  questo referendum non e’ stato ancora effettuato .

sahrawi esuli vengono ospitati, dopo un esodo faticoso ed interminabile,  nei campi profughi nel sud dell’Algeria vicino a Tindouf, praticamente  confinati nel deserto:

«Sarebbe meglio chiamarla una prigione: nemmeno i nazisti avrebbero potuto pensare a un posto peggiore dove segregare qualcuno», dice  Batul Mohamad Hay, la portavoce dei profughi.

120 mila persone vivono in un inferno, recintato da mine e filo spinato, tra tempeste di sabbia, gelo notturno e caldo torrido di giorno. Un esilio che sarebbe dovuto durare poco, giusto il tempo di vincere la guerra e  ritornare poi nelle terre e nelle case sulla riva dell’oceano.

Le condizioni di vita sono assai precarie, mancano acqua, cibo ed assistenza sanitaria,  un bambino su tre non mangia o beve abbastanza per vivere.

Servirebbero  30 milioni all’anno per garantire condizioni di vita basilari nei campi: cibo, salute e istruzione a tutti. Ne arrivano più o meno 10, invece. Non c’è acqua corrente e per dare da bere a tutti l’anno prossimo dovremmo comprare 18 cisterne: invece abbiamo i soldi solo per tre” , dice  Mohammed Arif, il capo delegazione dell’Unhcr .

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Una piccola costruzione cubica gialla che, insieme ad altre, si affaccia su un cortile cementato, per isolarla dalla sabbia del deserto, l’appartamento numero uno: e’ qui che da due anni viveva Rossella, in una casa semplice, con pochi mobili ma con appeso al muro un ricordo della sua terra: una bandiera coi 4 mori.

Le case non sono mai state  presidiate, non era necessario poiché  in  36 anni, da quando i sahrawi in fuga dal Marocco sono “ospitati”  in questa valle di sabbia, non si era mai verificato alcun evento violento.

Siamo a Bitun, un accampamento nel quale Rossella assisteva sia i bambini che le loro madri provate da tre decenni di aridità e fame.

Nella notte tra il 22 e il 23 ottobre Rossella Urru ed altri due cooperanti spagnoli (Ainhoa Fernandez de Rincon, dell’Associazione amici del popolo saharawi, e Enric Gonyalons, dell’organizzazione spagnola Mundobat)  sono stati rapiti da uomini armati, arrivati a bordo di diversi pick-up. Secondo le autorità locali, i rapitori sono entrati casualmente nell’appartamento di Rossella Urru, forse solo perchè era il più vicino all’ingresso. Da quella notte silenzio totale fino ad un giorno fa quando un gruppo dissidente dell’Aqmi (Jamat Tawhid Wal Jihad Fi Garbi Afriqqiya ) ha rivendicato il rapimento. Oggi apprendiamo  che un video diffuso da uno dei mediatori dimostra che Rossella ed i suoi amici sono vivi ma ancora ostaggi.

«L’italiana è la più maja (buona) di tutti. Ogni mattina arrivava con il sorriso, con gli occhi brillanti e la voglia di fare qualcosa », racconta Aisha  Abdallah, una dei 53 membri del parlamento del Fronte Polisario.

Originaria della provincia di Oristano, Rossella Urru, 29 anni, e’ rappresentante dell’ong Comitato Italiano Sviluppo dei Popoli (Cisp) e lavora da due anni nel campo profughi saharawi di Rabuni, nel sud ovest dell’Algeria,  coordinando  un progetto finanziato dalla Comunità europea.

Rossella si occupava di rifornimenti alimentari, predisponeva la distribuzione e aveva sempre un occhio di riguardo alle necessità di donne e bambini. La qualità che tutti le riconoscono è la grande competenza.

Coraggiosa senza arroganza, come dice chi l’ha conosciuta, ma consapevole che fuori c’e’ un mondo che non si può ignorare; si e’ laureata a Ravenna in Cooperazione Internazionale alla facoltà di Conservazione dei Beni Culturali,  con una tesi sul popolo Saharawi.

Rossella si occupava di diritti, diritti dei più deboli in terre dimenticate ed anche scomode e per questo ideale  ha messo a rischio la sua vita.

Ma ora e’ lei che ha bisogno della nostra attenzione.

Dobbiamo fare in modo che se ne parli, dobbiamo spingere le nostre amministrazioni, i nostri governi e quanti piu’ Stati possibile ad intraprendere azioni diplomatiche finalizzate alla sua liberazione.

Forse i suoi sequestratori fanno paura ai diplomatici.

Forse il sequestro e’ capitato in un momento storico in cui tutte le attenzioni dei governi sono rivolte allo spread, ai bund, alle borse, ai mercati ed alle finanze e non alla vita.

Forse e’ capitato proprio quando in Italia si e’ verificato un cambio traumatico di governo,

Ma non si puo’ perdere altro tempo e dobbiamo chiedere a gran voce che le autorità competenti rivolgano la massima attenzione al problema della liberazione di Rossella.

Perche’ noi non vogliamo dimenticare e non dimenticheremo mai.

Le parole cedono di fronte a tanto assurdo, si sgonfiano e sembrano afone . Eppure, in questa vibrante impotenza in cui ci troviamo, sono quel poco che ci è concesso, un nonnulla che tenta di colmare un abisso e una distanza insospettati; che riescono appena a tenerci in piedi, a farci avanzare.

Sono le parole di Fausto Urru, fratello di Rossella. I familiari hanno aperto un blog per raccogliere lettere, documenti, testimonianze o articoli di stampa per mantenere viva l’attenzione convinti che il silenzio e l’indifferenza siano armi nelle mani dei sequestratori.

Parliamo di Rossella fino a diventare afoni anche noi, parliamo di lei e di questo popolo abbandonato nel mondo che lei ha voluto soccorrere nonostante i troppi rischi.

www.rossellaurru.it.

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