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Rossella Urru, cooperante di Samugheo rapita in Algeria nel 2011 e che oggi lavora a Gerusalemme, ha affidato al quotidiano “l’unione sarda” del 15 agosto le sue riflessioni sulla guerra a Gaza.

 

Ancora una volta Gaza.

 

Ancora una volta Gaza sotto i bombardamenti, indifesa e sola, sotto gli occhi di tutti.

La vulgata vuole che l’escalation di violenza abbia avuto inizio con il rapimento di tre ragazzi israeliani e del quale Hamas è stato additato da Israele come responsabile: da lí la miccia del conflitto avrebbe ripreso fuoco.

Questa lettura dalla memoria corta non favorisce di certo la comprensione di una delle questioni chiave del mondo contemporaneo.

La tragedia annunciata che si sta consumando a Gaza è l’ennesimo episodio di una guerra in corso almeno dal 1967 in cui le forze in gioco non godono certo di pari condizioni, responsabilità e possibilità, come implicitamente riconosce anche la denominazione ONU internazionalmente accettata che chiama Israele “Potenza Occupante” e definisce i Territori Palestinesi come “Occupati”.

Dal 1967 fino a oggi, entrambe le parti sono state più volte richiamate al rispetto della legalità internazionale e a negoziati seri e responsabili per una soluzione del conflitto.

Senza nulla togliere alle responsabilità delle altre parti in causa, il non rispetto della legalità internazionale da parte della Israele – nonostante ripetuti richiami come nel caso dell’occupazione illegale di territori oltre le frontiere 1967, inclusa Gerusalemme, la colonizzazione della Cisgiordania, la costruzione del muro, le demolizioni di abitazioni civili, il blocco di Gaza e le offensive precedenti – diminuisce oggettivamente le possibilità di risolvere in modo pacifico il conflitto, in quanto da potenza occupante ha un ruolo preminente.

In questo momento però bisogna riportare il discorso sul piano del Diritto.

Tanti sforzi sono stati fatti per garantire che ci fosse un Diritto Internazionale che regolasse la convivenza pacifica fra gli stati e proteggesse i popoli.

Proprio in questo momento in cui la comunità internazionale dà sempre più spesso segnali di regressione alla legge del più forte, bisogna difendere in modo deciso questi prinicipi comuni.

La comunità internazionale si è trovata giustamente d’accordo nella dura condanna del lancio indiscriminato di razzi da parte di Hamas verso il territorio israeliano ma altrettanto ferma dev’essere la condanna contro l’offensiva israeliana che ha deliberatamente colpito obbiettivi civili segnalati, violando ripetutamente i principi fondamentali del diritto umanitario, a partire dal principio inderogabile di distinzione fra civili e militari.

Secondo fonti ufficiali ONU, nell’operazione Margine Protettivo sono stati uccisi 1.960 Palestinesi, di cui almeno 1.395 civili, dei quali 458 bambini e 237 donne; sono state gravemente danneggiate o distrutte 16.700 abitazioni, infrastrutture per fornitura elettricità, acqua potabile e fognature, 25 scuole dell’UNRWA; 386.000 persone vivono in rifugi; da parte israeliana sono 67 le perdite di cui 64 soldati.

Perdite civili di questa entità non possono essere giustificate in alcun modo, nemmeno invocando il diritto alla difesa di uno Stato.

Il 23 Luglio, il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU ha qualificato l’operazione Margine Protettivo come un “castigo collettivo contrario al diritto internazionale”.

Certo, la ricostruzione è un obbligo morale e un diritto per la popolazione colpita. La cooperazione e gli abitanti sono pronti per ricostruire Gaza ma stavolta dev’essere l’ultima.

Questo significa anche ridare senso al lavoro della cooperazione che non può limitarsi a riparare i danni ma deve anche denunciare ed esigere il rispetto della legalità internazionale.

L’opinione pubblica internazionale ha dimostrato la propria condanna dell’uso sproporzionato della forza su Gaza, il proprio appoggio al diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e a una soluzione pacifica del conflitto.

Anche se in modo minoritario, questo è avvenuto anche in Israele. Anche per questi israeliani, così come per tutti i palestinesi che portano avanti una lotta pacifica verso una soluzione del conflitto, è oggi più che mai giusto stare dalla parte del Diritto.

Per questo, come cittadini e gruppi, dovremmo chiedere ai nostri rappresentanti di non ignorare questa presa di posizione della società civile: di condannare in modo incondizionato il bombardamento su obbiettivi civili avvenuto a Gaza, chiedere una pace giusta, appoggiare la richiesta di un’indagine sui crimini commessi a Gaza da parte delle istituzioni internazionali competenti e l’applicazione delle eventuali sanzioni.

In Sardegna, dovremmo fare il possibile affinché il nostro territorio non collabori militarmente con uno stato in guerra com’è Israele, il che significa fermare le esercitazioni dell’Esercito Israeliano in Sardegna e fare il possibile per bloccare la vendita di armi da parte dell’Italia, in osservanza della legge nazionale 185/90 e come Spagna e Regno Unito hanno già fatto.

Il successo della campagna sul Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele dovrebbe farci riflettere sul divario fra la proattività dell’opinione pubblica e la stasi della comunità internazionale: se il Diritto Internazionale venisse rispettato, campagne come questa non avrebbero semplicemente ragion d’essere.

Se non vogliamo continuare a scavare ed allargare fossati fino a renderli incolmabili, a consentire che la rabbia non lasci spazio per la conoscenza e la speranza, dobbiamo difendere oggi più che mai i diritti inalienabili di ogni persona, soprattutto di chi si trova in una posizione di vulnerabilità, ovunque risieda, a Gaza, in Iraq, nel Sahel o in altre aree martoriate del pianeta.

Per un futuro dove nessuno di noi sia il prossimo.

 

Rossella Urru, CISP, Gerusalemme 10 Agosto