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Di Claudia Pepe

Oggi è uno di quei giorni che vorresti rimanere nel lettone e coprirti il viso con le lenzuola. Sperando che la mente non cominci a vagare, sperando di non vederti dall’alto, sperando che il tempo scorra e ritorni un altro mattino, più felice, più sereno, più tuo.
Guardi fuori dalla finestra ed è ancora notte, sembra sempre la stessa notte che attraversa la tua vita, una vita costruita giorno dopo giorno, senza mai pensare al domani, al futuro. Tanto sai che il tuo futuro sarà uguale al tuo passato.

Sei precaria da troppi anni per sperare, per illuderti, per non conoscere quello che hai già vissuto. E nonostante ciò, non hai mai passato un giorno rinnegando la scelta di una vita, una vita nella Scuola, non hai mai respinto le battaglie da affrontare, mai respirato lentamente.

Hai attraversando la precarietà con la passione che ha una mamma con i figli, con la speranza di vederli crescere, di sentirli ridere, di raccontar loro che sei stata giovane. Non è successo e a parte le rughe, l’amarezza che domina il viso, e la piega beffarda che ha violato il sorriso, sei quella ragazza ormai donna che vive di momenti, di attimi , di sussurri.
Senti bene quel destino che ti solca le guance, quello di non appartenerti perché non puoi tenerti stretta, perché le uniche tracce che lasci non si vedono, se non nella gioia delle emozioni.

Talvolta quando lo scopri, ti scendono le lacrime, ma non sono lacrime di gioia intrise a rabbia. Sono solo lacrime che raccogli nelle tue mani, mani che conoscono poche carezze e tanto freddo.
Senti la rabbia che ti fa aver paura di credere nei rimpianti, ma non è così.

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Di più non saresti riuscita a fare, neanche risalendo la corrente a colpi di onde trasparenti in faccia, a colpi di gioventù tradita dalla realtà del tempo. Di un tempo che non fu mai tuo e ti nascose non l’inizio, ma il viaggio e la fine. Ma il tempo che ti spezza la schiena, lo stai trascorrendo tra una spallata e una promessa, un viaggio desiderato e una sdraio sulla terrazza davanti alla cucina.
Sono finite le estati delle partenze e delle scoperte di case nuove da pulire, di asciugamani da stendere al sole, di pelle da accarezzare. Ora hai una terrazza di una casa che anche quella non ti appartiene, e chissà per quanto non riuscirai ad amare, a mettere vasi di fiori, a progettare, a dipingere come la casetta che disegnavi per la maestra in prima elementare con il pensierino vicino: ”La mia casetta è bella come il sole!”
Quante volte avresti voluto portarti via dopo il suono dell’ultima campanella quella cattedra malconcia, vecchia, che dondola ma racconta, che è sporca, ma sporca di colore e calore.

E sei tornata a casa come non fosse successo nulla, anche se avevi il cuore affondato un’altra volta, come tante altre volte sei riuscita ad entrare in casa fingendo di essere felice. Ma subito dopo ti sei messa a stirare, perché il tempo doveva passare, perché la sorte va avanti senza che tu faccia nulla per spingerla in avanti, nulla per fermarla. Rimani ad osservarla da distante, come non ti appartenesse neanche quella, chiudendo i ricordi in quei cassetti dove non guarda nessuno e quando sei sola, e di nascosto, vai a pettinarli, a metterli in ordine.

La precarietà di una donna sono come le risposte che attendi da anni, e alla fine capisci che il silenzio é l’unica risposta ad un’attesa che ti rimanda a tessere e disfare la stessa storia prima che arrivi l’alba.

Per essere precari bisogna avere la schiena diritta, il dubbio che diventa coraggio e quel furore di lasciare in quelle pagine bianche della tua vita il tuo odore, quel profumo di passi che iniziano la mattina quando ancora è notte e finiscono quando la notte è già in te.

Tutto gira contro di te, ti svendono senza provare nessun dolore, come un burattino a cui hanno buttato via i fili, facendoti cadere senza voltarsi a vedere se eri vera oppure un pupazzo a cui avevano dato un numero.

Eppure puoi essere un’ ex di quasi tutti i lavori ma non puoi mai smettere di essere insegnante. Mai, anche quando non te lo chiedono più, quando la vita nei suoi tracciati ti porta a sbalzi e cadute, a perdere la via e ritrovarla nella buca delle lettere. Ma ecco la sveglia che chiudi prima che suoni, la tua ansia di andare, di scrivere un’altra lettera della tua vita, parole che non si cancellano, in una vita con la Scuola e con i suoi occhi belli come il sole.

Ti incammini nel freddo con le mani che cercano il calore, e la trovano nella tua voce che silenziosa canticchia un motivo accompagnandoti negli sguardi dei passanti. E pensi che la vita anche se non è firmata, non è timbrata, non è sistemata è quella che tu vivi. Quella vita che ti restituisce senza farsi vedere e magari trattenendo il respiro, tutto quello che avevi riposto in quella casetta disegnata alla tua maestra in prima elementare. Bella come il sole.