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Oggi sono fiera di noi.

Ho la speranza nel cuore. Abbiamo messo da parte la soluzione facile ed abbiamo voluto la più complessa, quella che ci costringe a capire cosa succede ai nostri figli.

Jacline (il nome è di fantasia, ma fa lo stesso) si accorge che suo figlio torna a casa con dei segni sul collo.

Lo guarda , aspetta che lui racconti.

Aspetta il giorno dopo.

Stessi segni, stesso silenzio.

Il terzo giorno i segni sono più marcati, il silenzio più silenzioso. Non ci dorme la notte. Non ce la fa.

Comincia con le domande, sa che è difficile ma il piccolo si apre e racconta: ” Sono una decina, mamma. Si sono uniti. Se non sei con loro, sei contro di loro

Immagino lo stomaco che si stringe.

Mi prendono, mi spingono al muro, calci pugni, mi stringono il collo.”

Non sono il solo, mamma. Ci prendono in giro, ci sfottono

Jacline è una donna forte, aperta alle differenze.

Non è disposta a cambiare suo figlio e a fare di lui uno che reagisce con lo stesso linguaggio: le botte.

Che lingua è darsi le botte?

La più facile.

Non le piace.

Mi chiama. Pipolev, ti prego aiutami! Tu sei la rappresentante di classe. Devi aiutarmi!!

Dobbiamo aiutarci! Cosa succede ai nostri figli?

Crescono, lo so, ma nella direzione sbagliata. Dobbiamo parlare con le altre famiglie, con le insegnanti.

Subito!!! Mentre mi racconta rivedo mia figlia che si sfoga con me.

Le stesse parole.

Gli stessi nomi.

La stessa frustazione.

Lei ha parlato subito, ha voluto sapere come reagire a quella strana forma di amicizia da branco.

Ha parlato subito, ha pianto subito, ha potuto reagire e ribellarsi. Possibile che sia successo solo a lei ed al figlio di Jacline?

Eppure l’altro ieri la mamma di “Tizio”era preoccupata di come lo vede interagire quando sta nel gruppo. Anche lei sente che non lo riconosce. Che si fa trasportare.

Allora chiamo altre mamme. Uffa però, sempre le mamme. Chiedo se hanno notato qualcosa e le prego di provare a capire se a scuola succede qualcosa. Si, succede qualcosa. E’ la stessa cosa.

Ha ragione Jacline, il tempo scorre veloce. I nostri figli ci sfuggono. Noi corriamo, corriamo. Siamo lì che corriamo e loro sono lì, ci guardano correre ed impararano a correre. Non va bene questa corsa. Dobbiamo fermarci e occuparci di loro.

C’è una riunione fra tre giorni. Mamme, forse qualche papà, i soliti assenti e le insegnanti.

E’ una bella riunione. Jacline apre l’argomento e condivide il suo dolore preoccupata anche “per i figli degli altri“.

Un grande gesto di altruismo.

Non fa nomi.

I nomi li sa la maestra. Chi vuole sapere del proprio figlio parlerà con la maestra.

La maestra ci tranquillizza: “Ho visto di peggio, molto peggio, questi sono zuccherini. Io so riconoscere se dietro un’ alunno c’è una famiglia presente, ma stanno crescendo……. sono fragili“.

Rimaniamo fermi sul punto. Ognuno tirerà la corda da casa e le maestre avranno alleati a casa dei bambini.

Sono solo bambini, ma domani saranno uomini e donne. Fuori troveranno altri branchi e dovranno saper decidere di starne alla larga.

La mattina dopo siamo di nuovo fuori dal cancello della nostra scuola.

I nostri occhi si incrociano, una mamma guarda l’altra e sa che suo figlio in fondo è protetto anche dalla mamma del compagno.

E’ stata una bella lezione.

Grazie Jacline. Grazie a tutti.

Pipolev Depauer – Mamma.