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LuisaBetti

 

Le donne oggi sono l’avanguardia di un profondo cambiamento culturale che farà bene a tutti e che porterà vantaggi all’intera società e alle nuove generazioni, maschi o femmine che siano.

Così si conclude l’intervento di Luisa Betti al convegno “Convenzione di Istanbul e Media” al senato il 24 settembre.

Per una narrazione del femminicidio che superi (davvero) la rivittimizzazione mediale.

Un intervento di una giornalista sempre in prima linea nel combattere la violenza.

Una giornalista, a cui va tutta la nostra stima.

Questo un passaggio sul ruolo dell’informazione:

Se il problema è strutturale, l’informazione e la narrazione mediatica di questa violenza, diventa uno dei fattori principali per il cambiamento. Per queste ragioni, non basta essere “sensibili” all’argomento ma bisogna conoscerlo, bisogna essere preparati, studiare, ed è fondamentale che la formazione valga, così come per i giudic*, forze dell’ordine, avvocat*, psicolog*, assistenti sociali, anche per i giornalist* che si vogliano occupare di questi temi. Risolvere il problema culturale anche attraverso una corretta informazione, è il nodo: ma lo dobbiamo fare da sole continuando a punzecchiare direttori e caporedattori? Io farei un passo in più perché vorrei che in questo momento gli uomini, che nelle redazioni italiane occupano la maggioranza dei posti di comando, scegliessero di ascoltarci prendendo in seria considerazione le modalità da noi indicate, non solo perché li riguarda ma perché è una responsabilità nei confronti di tutta l’umanità.
Per dare una corretta informazione, che non sia soltanto attraverso i seppur utilissimi e validissimi blog e rubriche di esperte, bisognerebbe entrare a pieno titolo nel tessuto vivo del giornale, avviando un processo di trasformazione anche dentro le redazioni. Redazioni che vorremmo fossero attrezzate, non solo con un vademecum o linee di condotta, ma con redattrici e redattori, formati su questi temi che possano non solo evitare pericolosi scivoloni ma anche produrre una nuova cultura, un nuovo modo di vedere le cose. Una specie di “occhio di genere” che attraverso giornalisti e giornaliste format* sulla materia, possano nei vari desk rintracciare e stimolare un nuovo linguaggio, evitando non solo il neutro, ma anche mettendo in luce differenti aspetti di un certo avvenimento. Come esiste il giornalista di esteri, di interni, sarebbe auspicabile che della violenza sulle donne e sui minori non si occupasse né il cronista né il redattore di turno, ma qualcuno che sa maneggiare l’argomento. Lo mettereste voi uno che fa sport a fare la pagina di economia? Credo di no. Auspicare che le direzioni dei giornali si avvalgano di alcune figure professonali da inserire direttamente nel tessuto del giornale e che queste figure possano avere anche ruoli di responsabilità, sarebbe un grande passo avanti. Ma si potrebbe parlare di vero e proprio salto, se oltre agli aromenti, ci si attrezzasse per promuovere la soggettività femminile anche all’interno delle redazioni, tanto da scegliere la donna a parità di capacità con l’uomo. Come indicano le Raccomandazioni Cedaw, è indispensabile nel nostro Paese “adottare ulteriori misure per accelerare il raggiungimento della piena ed eguale partecipazione delle donne nei processi decisionali, a tutti i livelli e in tutti i settori”, senza dimenticare di “sviluppare e applicare sistemi di valutazione del lavoro, basati su criteri di genere”.

 

L’intervento integrale lo potete trovare nel blog di Luisa Betti su Il Manifesto.