Tag

 

senso-di-vuoto

 

Riceviamo da Alessandra questa profonda riflessione, il cui post originale lo potete trovare qui.

Vogliamo condividerla con voi .

 

La gente è arrivata in silenzio, con la testa bassa.
Ha riempito la chiesa, e poi il piazzale.

Non era il funerale di un’autorità o di un uomo famoso, ma di “uno di noi”, un lavoratore e padre di famiglia.
Lunedì scorso non ce l’ha più fatta.
Ha deciso di smettere di lottare.

Eravamo in tanti, oggi, per portare il nostro ultimo saluto, ma anche per guardarci negli occhi, per chiederci cosa ci stia accadendo, per provare a capire qualcosa più grande di noi.

 

Erano veramente tanti, oggi, i ragazzi presenti, amici e compagni di scuola dei due figli dell’uomo. Decine e decine di ragazzi, arrivati in piccoli gruppi, in silenzio, che non riuscendo ad entrare in chiesa, si stringevano gli uni agli altri, la maggior parte con gli occhi asciutti ma il viso serio, e un’espressione più grande di loro.

Nel piazzale c’era un silenzio irreale. Non si riusciva ad udire ciò che veniva detto dentro la chiesa. Nessuno avrebbe immaginato così tanta gente, nessuno aveva pensato a casse o altoparlanti. Ma non ce n’era bisogno.
Dopo i primi istanti in cui hai l’impressione di non essere al tuo posto, ognuno di noi ha ascoltato quel silenzio.
Chi tenendo lo sguardo a terra, chi incrociando altri occhi, spalancati e muti, condividendo il senso di smarrimento che sentivamo dentro.

Non si può morire così, abbandonare la tua famiglia, i tuoi figli…
O forse sì, forse sei costretto a smettere di esistere, di essere, perché “essere” non è più possibile.

Cosa ci viene negato? Cosa ci appare così inaccettabile da rendere inaccettabile ogni altra azione, pensiero, respiro?
In fondo, i nostri nonni hanno superato momenti di ristrettezze ben più duri, hanno patito la fame, hanno camminato in città distrutte dai bombardamenti ma non si sono fermati.
Ora c’è un disagio diverso, più profondo, che riesce a scardinare le nostre certezze, la nostra stessa essenza di esseri umani.

Ci sentiamo impotenti. Senza vie d’uscita. E, cosa inaccettabile, ci sentiamo colpevoli.

Colpevoli di non riuscire a fronteggiare una situazione di cui forse non percepiamo l’effettiva portata e gravità, colpevoli perché ci sembra di non fare abbastanza, colpevoli perché ogni sforzo ci sembra vano e, come nelle sabbie mobili, ogni movimento ci porta ad affondare di più.
Colpevoli di fronte ad uno Stato che si è letteralmente perso, che non paga i suoi debiti, che esige dai suoi cittadini più di quanto essi possiedono.
Colpevoli perché il senso del dovere e dell’onore lo sentiamo forte e radicato in noi, più forte degli affetti più cari, più forte della nostra stessa vita. E non riusciamo più a vivere se dobbiamo negare questo senso del dovere e dell’onore.
Colpevoli perché conosciamo nel profondo il significato delle parole “giusto” e “onesto”, ma ci stiamo rendendo conto che essere “giusti e onesti” non basta. Anzi, probabilmente è la nostra condanna.
Colpevoli di non riconoscere più come “nostra” la società che ci troviamo davanti, una società che non lotta più per la sopravvivenza e il benessere di tutti, ma protegge assurdi privilegi di pochi.

L’elenco potrebbe essere infinito…

Ho osservato a lungo i ragazzi presenti, stamattina. Ho provato ad immaginare i loro pensieri, le loro emozioni, il mondo visto con i loro occhi.

A questo punto, dovremo iniziare a porci delle domande.

 

http://www.progettieducativi.com/paura-del-vuoto

Annunci