Di Ilaria Brusadelli

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Il 7 febbraio scorso Linkiesta pubblicava “La sanità rosa di cui la campagna elettorale non parla” 

L’articolo si basa su un concetto molto semplice alla base: uomini e donne sono diversi, pertanto anche nella medicina è auspicabile che si sviluppi una cultura che tratti i pazienti rispettando anche le specificità di genere.

Ecco un video che spiega cos’è la Medicina di Genere:

Ma ciò che sconcerta in questo articolo è che l’Italia è al primo posto di una classifica Europea.

Purtroppo non un traguardo di cui fregiarsi, visto che l’Italia è sul primo gradino del podio perché è il Paese in cui si praticano più parti cesarei.

Significa che su 10 donne, 3 vengono sottoposte a parti chirurgici.

Ecco alcune cause di questo primato:

• pratica sempre più diffusa di una medicina cosiddetta difensiva,

aumento dell’età media materna al parto

• logiche legate alla rimborsabilità delle prestazioni.

Ma ciò che c’è di più allarmante è che quasi la metà di questi interventi (43%) avrebbe potuto essere evitato.

Se si confrontano i costi, il dubbio che questa strada venga scelta per ragioni economiche è forte, visto che per ogni parto cesareo non necessario si ha un impiego di spesa inutile pari a 1.139,08 euro (cioè la differenza tra la tariffa di un parto naturale [1.318,64 euro] e uno cesareo [2.457,72 euro]).

Che sia più sicuro il parto cesareo di quello naturale?

In una nota rilasciata dal ministero della Salute citata da Linkiesta il parto cesareo «ha un rischio triplo di decesso a causa di complicanze anestesiologiche, un rischio di lesioni (vescicali e/o ureterali) fino a 37 volte maggiore e ha una probabilità di sottoporsi a laparotomia esplorativa post-partum aumentata di circa 18 volte; la complicanza di maggior impatto è la rottura dell’utero in una successiva gravidanza, la cui probabilità dopo un taglio cesareo è di 42 volte superiore rispetto a dopo un parto vaginale».

Altri dati allarmanti sull’assistenza rivolta alle donne che emergono sono quelli sugli obiettori di coscienza, in aumento con picchi di 80% al Sud e in Veneto come unica eccezione al Nord.

Stesso discorso se consideriamo la disponibilità della pillola RU486 per l’interruzione volontaria di gravidanza.

Nonostante l’interruzione con la RU486 sia molto meno invasiva dell’aborto chirurgico, la pillola si trova praticamente solo al Nord, in particolare Emilia Romagna, Valle D’Aosta e Liguria. Agli ultimi posti la Campania, il Lazio e le Marche, che fino al 2011 non avevano nemmeno una struttura in grado di dispensare la RU486.

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