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Oggi pubblichiamo una intervista che gentilmente ci ha concesso Giulio Cavalli,  una persona che abbiamo sempre ammirato e stimato per il suo impegno quotidiano per la legalità.

Ogni anno solo in Lombardia sono circa 5000 le donne che si dimettono dal loro posto di lavoro nel primo anno di vita di un figlio. Quali pensi che possano essere le soluzioni per fare in modo che questo non accada?

Credo che ci sia la necessità di rendere davvero accessibili i servizi di asilo nido (prevedendo anche la promozione, il sostegno e diffusione di nidi aziendali) e di babysitting a domicilio; ma soprattutto di introdurre anche in Italia, come già avviene in altri Paesi europei, un cambiamento culturale che porti ad un bilanciamento delle retribuzioni e ad una maggiore responsabilizzazione dei padri (es. incentivare e stimolare anche le richieste di congedo di paternità).

Penso poi alla possibilità di prevedere una maggior facilità nell’ottenere il part-time almeno per il periodo in cui i bambini sono in età prescolare.

E fare in modo che tutto ciò sia davvero una scelta, perché è giusto che ogni persona possa decidere come vivere il proprio “essere genitore” nel modo migliore.

Ci sono donne che si sentono più gratificate nel dedicare tutto il loro tempo ai figli, altre che, invece, potendo scegliere, preferiscono non mettere a rischio la propria posizione lavorativa. Il percorso di ognuna dev’essere frutto di libera scelta e non, come avviene ora, di “costrizione da fattori esterni”.

Le donne, infatti, sono spesso portate a dimettersi perché, all’interno del nucleo familiare, per pagare la baby sitter si spende l’equivalente di uno stipendio; si “sceglie” quindi, all’interno del nucleo familiare, di rinunciare allo stipendio più basso o alla posizione lavorativa più precaria che, nella maggior parte dei casi, sono quelli femminili.

Non tutti, poi, hanno la possibilità di appoggiarsi alla famiglia “allargata”, intesa come disponibilità dei nonni o altri parenti. La famiglia, o le famiglie, non possono trasformarsi in un welfare sostitutivo e meno costoso. Come prevede il programma di SEL, “esse vanno considerate luogo di relazioni e di coesione sociale prezioso, risorsa che dev’essere valorizzata, ma non devono essere né erogatore di servizi né sostituto delle funzioni dei servizi pubblici”. Si deve pensare ad un sistema di welfare che tuteli davvero i diritti e che non consideri la maternità un privilegio.

In Italia vi è un grosso problema riguardante gli asili nido. In Lombardia la copertura è più alta rispetto che al sud ma i posti rispetto alle richieste per accedere all’asilo nido comunale sono sempre in numero minore. A quali risorse potrebbe attingere la regione per risolvere questo problema?

L’obiettivo europeo di Lisbona, che prevede 33 posti nido ogni 100 bambini, non è ancora stato raggiunto. Su questo ci impegneremo con SEL. Sempre tenendo presente che i servizi all’infanzia devono essere considerati “un vero percorso educativo, un’opportunità di crescita e formazione importante per i bambini e le loro famiglie.”

E va garantito soprattutto l’accesso ai servizi all’infanzia, che devono essere servizi di qualità, sia strutturalmente che relativamente all’offerta educativa. Per ottenere questo risultato, è necessario un monitoraggio serio e costante.

Vogliamo, inoltre, procedere per l’attuazione rapida della legge regionale sul Garante dell’Infanzia che, fino ad oggi, nonostante le ripetute sollecitazioni, non ha  avuto pieno seguito, ma anzi è stata più volte oggetto di tentativi bloccati di ridimensionamento.

In Lombardia (ma non solo) il numero dei medici obiettori supera in gran lunga quella dei non obiettori. Una donna che decide di interrompere una gravidanza deve affrontare un calvario per poter accedere all’ IVG. Quali soluzioni concrete possono essere messe in atto per fare in modo che venga attuata  la legge 194?

Andrebbe prevista una normativa in grado di assicurare la presenza di ALMENO un medico non obiettore per turno; la legge 194 va tutelata assicurandone l’applicazione non discrezionale e non casuale; l’interruzione di gravidanza è già di per sè un’esperienza dolorosa, non è tollerabile che debba essere vissuta come un “terno al lotto” a discrezione del medico che ci si trova di fronte. Vogliamo impegnarci per una modifica delle modalità di prescrizione della pillola abortiva RU 486 nell’interesse della tutela della salute della donna, favorendone l’uso anche in regime di day hospital.

E’ necessario, inoltre, assicurare alle donne l’accesso a tutti quei servizi di informazione e prevenzione che possano favorire la maternità responsabile e consapevole. L’impegno di SEL è orientato quindi verso il potenziamento della rete dei consultori, che negli ultimi anni è stata mortificata dai tagli economici e dalla perdita di funzioni.

Cosa provi  quando leggi notizie relative al femminicidio?

Dolore, rabbia e voglia di cambiamento serio.

Sono profondamente convinto che sia necessario un cambiamento radicale nell’alfabetizzazione all’affettività, che deve cominciare fin da bambini. Non si tratta solo di rapporti uomo/donna, ma di rispetto per l’altro in quanto essere umano, rispetto per l’autonomia delle scelte altrui. Quello che oggi viene vissuto da molti come un “fallimento” di una relazione dovrebbe tornare ad essere considerato un “aspetto naturalmente possibile” delle relazioni. Ci sono relazioni che vanno bene e altre che finiscono. La delusione, la gelosia, la rabbia sono sentimenti naturali, ma non devono essere e non devono mai diventare la giustificazione per la violenza e la sopraffazione. Va riportata l’attenzione sulla persona come essere umano: oggi troppo spesso la donna è considerata, nelle relazioni, come una “proprietà”.

C’è poi la questione dell’attuale legislazione che dovrebbe tutelare le donne e che, invece, spesso non le ascolta nemmeno: quante volte leggiamo di vittime di femminicidio che più volte si erano rivolte alle forze dell’ordine per presentare denuncia e che non sono state ascoltate, o che sono state indirizzate verso la “sopportazione con pazienza” di una situazione familiare ormai intollerabile? Su questi aspetti bisogna lavorare, perché non è possibile che nel 2013 si sentano ancora persone pronunciare frasi tipo “eh però anche lei qualcosa avrà fatto”. Va cambiata la cultura di base, va insegnato cosa sia davvero l’amore, che oggi viene troppo spesso nominato in modo improprio, e vanno previsti strumenti che possano tutelare davvero le donne in questi casi. Che non restino soltanto belle parole sulla carta.

Credi che i canali di comunicazione si pongano in maniera corretta rispetto a questi temi? O credi che si possa cambiare il linguaggio e dare più peso alle parole?

Il linguaggio è fondamentale. Oggi si parla di “delitti passionali”, “amore criminale”, “dramma della gelosia”. Chi usa queste espressioni, profondamente sbagliate, dovrebbe prendersene la responsabilità. Si dovrebbe parlare invece di “uomini che uccidono le donne”. Cioè assassini. Non c’è nulla, qui, che abbia a che fare con l’amore e la passione. Piuttosto siamo di fronte a uomini incapaci di accettare un rifiuto. Cioè incapaci di rispettare un altro essere umano con le sue scelte e i suoi comportamenti.

Cambiare il linguaggio, utilizzare la corretta terminologia, soprattutto nei mezzi di informazione che creano poi il “senso comune” è un passaggio fondamentale per cambiare la cultura. Chiamare le cose con il proprio nome può far paura, all’inizio, ma è un passaggio fondamentale.

Pensi che introdurre l’educazione sessuale e sentimentale nei programmi scolastici possa essere un contribuito a superare la violenza sulle donne? E quali altre misure metteresti in atto per contrastare questo fenomeno?

Sicuramente l’educazione sessuale, e ancor più quella sentimentale, possono dare un grande contributo. Ma, anche qui, non basta. Bisogna educare al rispetto. Questo è quello che oggi manca. Pensiamo anche ai casi di omosessualità che vengono tenuti nascosti per vergogna, per paura di essere emarginati. Educare al rispetto, alla diversità intesa come ricchezza, e non mi riferisco solamente alla diversità di orientamento sessuale, ma anche alla diversità di idee, di scelte di vita, di punti di vista, è il primo passo per raggiungere quella società inclusiva e “umana” che io mi auguro di vedere realizzata.

Si dovrebbe poi introdurre una sorta di “educazione sentimentale verso il sè“: molte donne non reagiscono, non denunciano, non prendono in mano la situazione non solo per paura, ma perché non si ritengono abbastanza forti per farlo. E spesso sono portate a credere, e si convincono, di avere almeno in parte la responsabilità delle violenze che subiscono. Su questo si deve intervenire per rafforzare l’autostima delle donne, in modo che abbiano i mezzi per riconoscere le prime avvisaglie di pericolo e capire che niente e nessuno ha il diritto di far loro vivere la violenza, sia essa fisica o psicologica. Il rispetto di sè è, cioè, un altro tassello imprescindibile nella prevenzione.

Andrebbero poi previste forme di sostegno economico più incisive per mettere le donne vittime di violenza nelle condizioni di allontanarsi, mettersi in salvo e denunciare. Dando loro anche la certezza di essere ascoltate.

Il governo Monti ha apposto la firma alla Convenzione di  Istanbul. Ma ad oggi manca ancora la  ratifica. Il tuo partito lo metterà tra i primi punti di azioni concrete da attuare una volta al governo?

SEL aderisce alla Convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne; per renderla davvero efficace ed effettiva, ci impegneremo, naturalmente, per la sua ratifica.

Spesso si ha la percezione che di noi donne si parli solo in campagna elettorale. Tante promesse ma poi al momento di governare ci si dimentica di noi. Avverti anche tu questa sensazione? Quali sono le proposte inserite nel programma di Ambrosoli? E quali le proposte del tuo partito nella coalizione con il Pd?

Il capogruppo di SEL in Regione Lombardia è una donna, Chiara Cremonesi. Noi consideriamo le persone al di là della loro appartenenza di genere, e non credo che ci si possa accusare di dimenticarci delle donne quando governiamo. Detto questo, SEL sostiene il programma di Umberto Ambrosoli, che  tiene in grande considerazione le donne ed il loro ruolo nella società. Sono prioritari i temi della democrazia paritaria (dare piena attuazione all’art.11 dello Statuto Regionale; sostegno alle candidature femminili al Consiglio regionale per ottenere il più ampio numero di elette), dell’autodeterminazione delle donne (pieno riconoscimento e adeguata promozione dei diritti delle donne in tutti gli aspetti della vita quotidiana: dalla conciliazione dei tempi di lavoro e cura, all’implementazione di strumenti di rientro nel mondo del lavoro dopo licenziamenti o allontanamenti spontanei anche per ragioni di cura dei figli e degli anziani; dal disegno della città e dei suoi servizi alla promozione e al sostegno dell’imprenditoria femminile; dalla medicina che curi finalmente la donna nella sua specificità durante la malattia – “medicina di genere”), al riconoscimento di legami omoaffettivi.

A livello nazionale, le proposte di SEL comprendono l’ipotesi di liste elettorali formate al 50% da donne e l’impegno affinché la stessa proporzione venga rispettata in una futura compagine di governo.

Quante donne ci sono nella lista Ambrosoli e in quale percentuali? E quante donne sono candidate con Sel in parlamento?

Per quanto riguarda la lista Ambrosoli, credo che sarebbe opportuno porre la domanda direttamente ad Umberto; non è mia intenzione sostituirmi a lui nelle questioni che riguardano la sua lista: sebbene io sostenga con convinzione la sua candidatura, la lista Ambrosoli e SEL sono due entità diverse e sarebbe arrogante, da parte mia, rispondere al posto suo. E’ un atteggiamento che non mi appartiene.

Per quanto riguarda SEL, abbiamo candidato al Parlamento uomini e donne in uguale proporzione: il 50% dei candidati SEL sono donne.

Perché secondo te sono gli uomini ad occupare in tutti gli ambiti il maggior numero di posti di vertice rispetto alle donne?

L’Italia è ancora caratterizzata da una cultura che si può definire maschilista e patriarcale negli usi, nelle abitudini e nei costumi mentali. Si dà per scontato che, se qualcuno deve rinunciare a far carriera, questa è – all’interno della famiglia – la donna, ancora vista come la persona “naturalmente portata” al lavoro di cura all’interno del nucleo familiare.

Al fattore culturale si aggiungono poi il fattore economico e quello sociale, di cui ho parlato prima: non c’è parità nel livello dei salari e non vengono assicurati alle madri i servizi e le strutture necessari a conciliare i tempi di lavoro e di cura. Esiste, inoltre, una sorta di “stigma” che colpisce le donne che lavorano, spesso accusate – con critiche più o meno velate – di trascurare il “focolare domestico” perché dedicano troppo tempo al lavoro e alla carriera: ma come mai questo tipo di critica non viene mai rivolta agli uomini? Forse perché l’Italia è ancora culturalmente zavorrata all’immagine del “male breadwinner”, l’uomo “procacciatore di cibo” (e quindi unico responsabile del reddito e del tenore di vita familiare), mentre la donna è ancora relegata, di fatto, in una posizione marginale nel mercato del lavoro.

Hai visto il documento di Lorella Zanardo Il corpo delle donne? Pensi che vi sia un modo per uscire da questa cultura che considera la donna come un oggetto? Se sì quale ?

Ho trovato molto importante il contributo che Lorella Zanardo ci regala con “Il corpo delle donne”: una riflessione interessante su quanto, ancora oggi, sia forte l’influenza della “cultura dell’apparire”.

Io, che prediligo la “cultura dell’essere”, credo fortemente nella necessità di un profondo cambiamento culturale. Un cambiamento che rafforzi l’immagine di sé che le donne hanno, che faccia loro comprendere quale sia, in cosa consista il loro vero valore, e che promuova e sostenga, nella società, ancora una volta il rispetto per la persona umana.

E mi piacerebbe che, di questo cambiamento, fossimo protagonisti tutti: le donne INSIEME agli uomini.

Tu oltre che attore sei anche scrittore. Quale storia di donna ti piacerebbe raccontare in un libro futuro se ne avessi la possibilità?

Alda Merini, per la dignità, l’arte e la lucidità con cui ha raccontato le fragilità umane e perché ha elevato la debolezza a potentissima poesia.

Per concludere. Il 14 febbraio ci sarà l’evento mondiale One Billion Rising. In tutto il mondo si danzerà contro la violenza. Si ballerà anche a Milano. Parteciperai a questa iniziativa?

Condivido lo spirito dell’iniziativa, che trovo tra l’altro molto originale e decisamente importante. Non sono un gran ballerino, ma se sarò a Milano parteciperò sicuramente.

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