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Una morte annunciata quella del giudice Falcone, le cui avvisaglie furono  i continui attacchi al suo lavoro e la solitudine nella quale era stato relegato proprio quando quell’uomo, fedele servitore dello stato avrebbe dovuto avere al suo fianco uno stato forte!

Sarebbe opportuno  chiedersi  quale morte del Giudice Falcone debba essere commemorata oggi.

Quella che ha visto spazzare via  il suo corpo quel 23 maggio o quella di un magistrato onesto iniziata molto tempo prima?

Domandiamoci se e’ solo opera di cosa nostra  o ci sono responsabilità che investono organi istituzionali di uno stato che invece di proteggerlo ha preferito latitare?

Oggi commemoriamo un uomo giusto o continuiamo a dare visibilità ad un potere che non solo non e’ stato sconfitto ma attraverso un graduale processo di trasformazione e’ diventato parte integrante dello Stato?

Il processo a carico del Giudice inizia non appena ci si rende conto  della caparbietà  nel cercare risposte a tanti omicidi del passato e nello smascherare poteri occulti; i capi d’accusa contro di lui sono la costituzione di un pool di magistrati, le intercettazioni, le indagini e i colloqui con boss  “collaboratori di giustizia” stanchi delle lotte tra clan, l’acquisizione di prove e testimonianze; a queste si aggiungono come  aggravanti l’aver  fatto arrestare ed avere istruito un maxiprocesso  contro  boss e affiliati mafiosi che si conclude con numerosi ergastoli e anni e anni di prigione per tutti gli imputati; di aver chiesto ed ottenuto un regime di carcere duro per i boss in detenuti, il 41 bis, che sancisce la fine di quel concetto di impunità, tratto peculiare del potere mafioso.

Inoltre, era stato inferto un duro colpo a quel parallelismo da sempre esistito tra i due poteri, quello mafioso e quello dello stato, che si basava su rapporti di “rispetto e voti di scambio”.

Cosa nostra inasprisce gli attacchi al giudice, reagisce contro lo stato e contro il regime di carcere duro attaccando il patrimonio artistico del paese e colpendo vittime innocenti: mai prima del ‘93 si era verificata una cosa simile.

La mafia è forte e detta le regole scrivendo i “papelli”.

Inizia il processo di trasformazione che si compirà nell’arco di un ventennio  e che avrà come risultato il non distinguere più in alcuni casi il mafioso dal politico e il politico dal mafioso: anzi a volte le due figure coesistono nella stessa persona! L’uomo di legge viene cosi giudicato e condannato a morte con sentenza immediata!

E se il giudice fosse morto ancor prima di essere ucciso con il tritolo?

Probabile anzi sicuro!

Se si è convinti di ciò la sua commemorazione acquista il sapore amaro perchè colui che viene visto  come un eroe dell’antimafia è in realtà una vittima dell’indifferenza dello stato.

Falcone non perde mai la forza ed il coraggio per continuare, si rialza dopo l’uccisione di Chinnici a Palermo, dopo la stagione dei veleni a Palazzo di Giustizia, dopo le accuse del corvo che mirano a screditare lui e la sua figura facendolo attentatore di se stesso all’Addaura,  dipingendolo come avido di fama, tanto da volersi sostituire addirittura al ministro di Grazia e Giustizia dell’epoca; si rialza quando viene preferito a lui Meli a presiedere il CSM dopo che alcuni suoi colleghi lo avevano abbandonato, non votando la sua candidatura; si rialza ma capisce che è finita quando il suo collega e amico di sempre viene trasferito a Marsala.

In tutti questi tentativi, peraltro riusciti, di isolamento  dell’uomo e del giudice la mafia non c’entra, ha solo concluso un iter che altri avevano iniziato!

Interroghiamoci oggi, quando i risultati da lui ottenuti sono stati i parte vanificati, quando chi lo aveva accusato ed estromesso  dal CSM ora lo presiede o ne fa parte,  quando i mafiosi che lui aveva ostacolato e reso impotenti oggi siedono su poltrone rosse ricoprendo cariche di prestigio,  godono di favori e beneficiano della stessa impunità che il maxiprocesso aveva abolito, gestiscono il nostro Paese come un’azienda a conduzione familiare.

Quando le stragi restano impunite e le verità, nonostante le indagini diventino maggiorenni, restano in fasce. Quando i ministri indagati per collusione mafiosa e per associazione per delinquere non sentono il dovere di abbandonare i posti di poteri ma al contrario giudicano un cancro i magistrati che li accusano.

Con queste premesse sarebbe meglio che una certa parte dello stato non commemorasse nè l’uomo nè il giudice.

Entrambi non  meritano il fango di chi vorrebbe, commemorandolo, renderlo simile a tanti potenti che del fango hanno fatto una vera e propria arma di offesa.

Oggi si ricorda la perdita di un uomo giusto e in uno stato corrotto.

Orietta Liberati

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