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di Stefania Bufano

Dove erano i lavoratori dipendenti, mentre i lavoratori precari pure lavoravano al loro fianco? Certo non avrebbero potuto fare niente per i loro compagni: se non tenersi stretti tutti i “diritti” ormai solo loro, che diventavano così “privilegi”: e già non ci si accorgeva di questa raffinatezza messa in atto dal potere.

“Ringrazia che hai un lavoro; ringrazia che tu hai ancora diritti; ringrazia che Io (maiuscolo) ti faccio lavorare; ringrazia che ancora non sei ridotto come quelli; ringrazia e stai zitto”.

I disoccupati e i precari dobbiamo immaginare che siano sempre stati – e siano – solidali con i lavoratori FIAT e altri che iniziavano a perdere i loro diritti (i precari non li avevano mai avuti) e che si arroccano ora uniti nei luoghi di lavoro: già ben consapevoli di che cosa significhi “perdere il lavoro”, dover stare continuamente “sul mercato” (che non è un semplice mercato: ma un mercato fuori di testa e fuori dal mondo, con umani-animali da sottoporsi a continua selezione e poi, quando “miracolosamente scelti”, destinati al macello), che cosa significhi iniziare a essere di fatto “lavoratori precari” (vale a dire: nulla), ma non è mai potuto accadere il contrario: i lavoratori precari erano da sempre invisibili a quasi tutti, allontanati implicitamente dalle differenze, o esplicitamente dallo sminuire una condizione, o insomma dalla negazione – colpevole – della realtà.

Dove erano i politici, la classe dirigente tutta della società? Tutti questi erano i primi a “teorizzare” – sulla pelle degli altri – la precarietà, a volerla – per gli altri – e ad attuarla. Dove erano la stampa e la televisione? Erano i primi, anche questi, a “usare e gettare” i precari e a “privilegiare” giornalisti rispetto ad altri. No? E chi sono quei giornalisti che da decenni, pur spostandosi, sostanzialmente hanno uguale posto, riuscendo ad avere sempre “un posto fisso”? Sono dei geni come professionisti, forse, cui non si può mai davvero rinunciare? Ah, ma giusto… Ai precari in erba (cui intanto venivano i capelli grigi, o dovevano spuntare fuori antenne verdi come alieni), si doveva insegnare e dire, “per contratto”: “Siamo tutti sostituibili”. Certo, certo… I precari per primi, unici e soli, dovevano imparare a memoria la “lezione”: che non dovevano, e non avrebbero mai dovuto, contare un bel niente. E dunque diventava “naturale”: non avere diritti. Oggi ci sei, domani chissà, c’est la vie, bellezza. Che tradotto significa: “Oggi puoi mangiare grazie a Me, maiuscolo, e magari fare persino un poco (persino un poco: bello/a mio/a, pensa a come sono buono, Io, maiuscolo…) un lavoro che ti appassiona, e domani… Domani? Che cosa vuoi che me ne freghi, parliamoci chiaro, del tuo domani”.

I precari non avevano un vero luogo di lavoro e non potevano unirsi, perché il lavoro durava pochi mesi, o giorni, e a ogni nuovo lavoro erano diversi i luoghi di lavoro, diversi i compagni di “lavoro”: diversi erano gli schiavi. Si cambiava giungla, ma era sempre e solo giungla, sia pur travestita da “civiltà”.

Ora che le file dei Debolucci di Costituzione aumentano, ora che la mancanza reale dei diritti (che prima riguardava solo – solo? – un esercito di civili: i giovani “stagisti”, gli “apprendisti”, i precari oggi quarantenni e cinquantenni “fuori dal mercato del lavoro”, i malati, gli “sfortunatamente di non bella presenza”, gli immigrati senza più patria in Terra, i “co.co.co”, i “co.co.pro” – per incredibile coincidenza e assonanza quasi identici ai co.co.dè: i polli, pure destinati al macello -, gli “obbligati alla partita Iva”, i lavoratori “a cottimo”, “a nero”, gli “occasionali” e altre – veramente creative: come la Finanza, maiuscolo – prese per i fondelli) si allarga, invece di restringersi e scomparire del tutto (a mettere in pratica, più che i frammenti dell’articolo 18 – brandelli di diritti per oramai “privilegiati” -, l’articolo 1 della Costituzione: già carta straccia da decenni), s’inizia ad avere qualche “buona parola” per i lavoratori precari e a “capire” di che incubo sia la vita in Italia per milioni di persone: nei quali, con ogni evidenza, altri milioni ancora non rientravano. S’inizia allora a non negare ciò che non si può più negare: che una massa di persone senza diritti sia, e sia sempre stata, una massa di persone senza diritti. E sotto gli occhi di tutti.

Inaccettabile, oggi e da anni, è vedere relegati i suidici-omicidi di persone e famiglie ridotte alla disperazione in più semplici (per chi ammazza e per chi guarda – lo spettacolo della morte – senza voler vedere) categorie travestite di “cronaca” e “spettacolo”: essi sono, invero, tutti omicidi sociali di una classe politica e dirigente criminale, e con l’indifferenza e il cinismo complici di molti che ancora, tutto sommato, così almeno ci dicono candidamente, “se la passano ancora bene”.

La “notizia dovuta”, la morte innaturale e violenta, messa su un palcoscenico, fatta accettare come normale, giacché reiterata e mostrata continuamente – tra uno spot pubblicitario e l’altro: in cui spudoratamente sulla morte si guadagna; un voyeurismo continuo e indotto su cadaveri umani: tutto, pur di depotenziare il significato sacro della vita di ogni singola persona; tutto, pur di disperdere il nocciolo della questione; tutto, pur di far passare a forza, tra le fessure, o il buco di una serratura, o le sbarre di un vero carcere in vita, queste morti in categorie ora di “spettacolo” travestito da “risposta e confronto politico doverosi verso i cittadini”, ora di “cronaca”.

I lavoratori precari di oggi sono i disoccupati di domani. I disoccupati di oggi sono i precari di ieri. I disoccupati di oggi sono già stati precari per venti anni (e ora basta: possono anche andarsene in “pensione”, possono anche dire basta alla loro “carriera”, possono anche “liberamente” suicidarsi o ammazzarsi tra di loro: ci è indifferente, non ha importanza, non ci riguarda), ma nessuno sembrava accorgersi di loro, perché esistevano ancora i lavoratori dipendenti “da tutelare”. Come se i precari fossero già dei lebbrosi, dei moribondi, dei quasi già morti, dead man walking, di cui non occuparsi più.

La politica dovrebbe essere lungimirante, invece è cieca e sorda (=se ne frega) e anzi “scientificamente” (=tecnicamente) uccide: prima i diritti e così la persona. E perché dovremmo allora parlare di semplici suicidi di folli: staccati loro per primi dalla realtà? I “morti sul lavoro” senza, evidentissimamente, tutele e sicurezza, sono quotidiani. I suicidi dei disoccupati disperati sono quotidiani, e invero dovrebbero essere classificati come “omicidi sociali”; i disturbi psicologici non si contano. E non si curano. Anzi si vogliono – dopo averli creati – aggravare, perché insieme al lavoro si distrugge la sanità e muore ogni vera condivisione sociale.

La politica, i media e la società hanno detto ai precari-futuri e presenti disoccupati, e insomma a tutti i Debolucci di Costituzione: “Fate in fretta a indebolirvi ancora e ad ammazzarvi tra voi, così potremo darvi la colpa e non ci penseremo più”. Chi si “attarda” ad ammazzarsi, o insomma a non sbrigarsi a morire in qualche modo, dà fastidio, ma in ogni caso arriverà allo stesso epilogo.

Se la stessa politica, lo Stato, i media e la società civile, non interverranno, a invertire – in fretta e con i fatti: le infinite discussioni, le chiacchiere, le pacche sulle spalle, le “belle parole”, i risolini sarcastici sotto i baffi o viceversa le lacrimucce, non crediamo che possano interessare veramente a chi ha problemi seri da affrontare e da voler risolvere – la rotta avuta fino a ora, novembre dell’anno duemilaundici, sappiano almeno che se insisteranno nella stessa rotta perversa e criminale, o indifferente o cinica o sensazionalistico-spettacolare, dovranno avere sulla coscienza la responsabilità di suicidi, omicidi, stragi, crimini contro l’umanità.

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“Vorrebbero introiettarmi la mistica dell’arraffare, fare di me uno di quei ladri che rubano i denti d’oro ai cadaveri, piuttosto fatemi lavorare, dico, fatemi spazzare le strade. Nemmeno quello, vogliono ridurmi alla fame, pensano sia un pericoloso comunista autore di versi blasferici, dicono proprio così, blasferici, basta con codesto blasferismo, occupatemi alle latrine comunali, adattissime alla produzione poetica (gli addetti alle latrine non fanno che leggere il giornale dalla mattina alla sera). Non se ne parla nemmeno, anche per pulire i cessi occorre la raccomandazione dell’arcivescovo e principe di Fermo”.

Luigi Di Ruscio


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