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di Nadia Primavera

Ecco, adesso sono pronta a commentare quanto è accaduto sabato.

Non l’ho fatto subito perché quando sono in preda alla rabbia o a qualunque altro stato d’animo che poggia le sue radici nell’irrazionale, io mi fermo e lo lascio defluire come un torrente in piena aspettando che il livello dell’acqua si abbassi e facendo attenzione solo a rafforzare gli argini…

Sì, è proprio così.

Non mi piacciono i comportamenti istintivi gestiti come se fossero una forza immanente alla quale non ci si può sottrarre.

Io sono un “essere pensante”, una figlia del “cogito ergo sum” e una parente stretta dell’evoluzionismo. Mi distinguo da un animale perché non mi abbandono esclusivamente al soddisfacimento dei miei istinti ma cerco di interpretarne il senso e la valenza e di governarli.

Per questo sabato la “mia manifestazione” avrebbe dovuto essere una giornata pacifica di lotta durante la quale la grandissima affluenza di gente avrebbe mostrato la “forza di un pensiero” antagonista a quello di governo a cui si voleva far sentire il peso e la pressione del dissenso.

Ora però, pur prediligendo i “confronti dialettici” e le “battaglie verbali” non posso non ammettere di avere una posizione  aperta anche alla reazione violenta. Il mio non é un atteggiamento squisitamente “cristiano-gandhiano-buddista”.

Mi spiego meglio… se un energumeno minaccia di darmi un pò di bastonate, io prima tento di dissuaderlo, poi cerco una via di fuga e chiedo aiuto, infine se mi trovo all’angolo e mi capita una padella a tiro, non aspetto di convincerlo a ravvedersi, gliela suono “laicamente” (leggi: senza pentimento!) sulla testa.

Trattasi di legittima difesa.

Questo principio, secondo me, può essere applicato anche alla lotta di classe. E a qualunque altro confronto tra soggetti antagonisti tra loro laddove uno dei due tenti di esercitare una qualunque forma di violenza o sopraffazione sull’altro.

E dunque, se una parte di persone al mondo considera “il profitto” più importante “dell’individuo” (e ciò accade perché nel suo intimo é consapevole di valere ZERO) e imposta i suoi criteri di gestione della cosa pubblica sulla sistematica oppressione dell’altro, io non me la sento di rimanere a guardare dall’alto del mio rifugio.

Sono disposta in questo caso anche a correre dei rischi personali nell’intervenire pur di preservare la mia dignità e continuando comunque a considerare l’uso della violenza fisica una sconfitta dei miei principi.

E’sempre stato così, in tutto il mondo e in tutti i tempi, ovunque c’é stato un momento in cui lo scontro tra due mentalità é diventato fisico… dalla rivoluzione francese alla guerra di secessione americana, dalla guerra di liberazione spagnola alla nostra lotta partigiana, alla guerra di liberazione della Palestina ecc.  

Spero con queste premesse di aver esaurientemente descritto la profonda collera, il grandissimo senso di frustrazione e di sconfitta, la sensazione dell’ineluttabilità di certe teorie che mi hanno rapito al ritorno dalla manifestazione.

Sì, alla violenza si può anche dover arrivare, ma solo quando, dopo aver tentato ogni mediazione possibile, si é giunti alle fasi finali di un confronto socio-politico che oppone tra loro due parti di forza impari, la più vessata delle quali non é più garantita nei suoi diritti primari.    

 Certo non é con quella irrazionale, stupida, inconcludente, gratuita e sterile violenza dei 4 (o 444) devastatori mentecatti di sabato che si può pensare di ribaltare il corso della storia.

E meno che mai si può credere che questi imbecilli siano i “partigiani di nuova generazione” quelli che lottano per un mondo migliore per tutti; un mondo senza distinzioni sociali (religiose, di genere ecc.) di alcun tipo dove tutti sono, nel rispetto degli altri, veramente, sostanzialmente liberi di costruire la propria vita inseguendo “il meglio” dei propri sogni.

Un mondo dove si garantisce l’equità a tutti sopperendo innanzitutto ai disagi dei singoli.

Dove le parole hanno il peso del loro significato e non “volano” ma rimangono attaccate ad una stretta di mano tra galantuomini.

Dove l’aria e l’acqua sono pure e gratuite, dove le montagne si scalano e non si bucano per farci passare un treno che porta solo prebende ai corrotti, dove le persone si servono del denaro per le loro attività e non viceversa.

Dove le case , le scuole, le fabbriche e gli ospedali non sono “castelli di sabbia” che provvidenziali terremoti abbattono…  ma luoghi di accoglienza dentro i quali come nelle strade e nelle piazze si “cerca l’uomo” e lo si aiuta a nascere, crescere e morire in un contesto solidale di armonia e amore che si rinnova all’infinito. 

Nadia Primavera

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