di Mita Bruna per il paginone

Nello squallidissimo scenario di Arcore, oltre al serraglio di ragazzette afasiche, c’è un adulto, un maschio di 75 anni, già sposato, con figli e nipoti.

E noi adulti quasi speriamo che la sua presenza ci aiuti a capire meglio, a strutturare il male secondo le nostre cognizioni: è un nostro simile, forse le sue parole e i suoi atti, per quanto osceni, ci suoneranno meno alieni e misteriosi di quelli della tribù delle ragazzine.

Ma no, così non pare essere.

L’uomo grande viveva e parlava come le donnine piccole, lungo la stessa strada, tirando la stessa vita cincischiata, condividendo gli stessi desideri rudimentali.

L’assenza di racconto è simile, le parole che l’adulto infligge alle ragazze compitano gli impulsi sessuali con la stessa miserabile pochezza (belle tette! quella me la scopo! bona!) e ciò che trapela lascia intendere che i silenzi, le omissioni, tutto il non detto, non discendono tanto dall’antica paura di parlare di ogni interrogato, quanto da un inedito e inquietante handicap logico, e linguistico, che rende la verbalizzazione un problema insormontabile.

In particolare nelle vicende sessuali, questa morte della parola pesa, e pesa enormemente.

La smania manesca e predatoria dei maschi è sempre esistita, ma se uno straccio di discorso amoroso non ne indirizza almeno in parte l’empito, non ne civilizza gli scopi, tutto non può che peggiorare.

La parola è ciò che trasforma il sesso in rapporto, che lo promuove a scambio di emozioni, perfino quando voglia essere puro scambio di piacere. Qui l’eros neppure è presente, solo una serie di graffiti, di battutacce, di volgarità, quasi di violenza. E’ un eros inarticolato, grugnito, impossibile da raccontare, dopo, perchè non era stato mai raccontato prima da protagoniste senza domande e senza risposte, rassegnate a vivere di pulsioni e voglie difficili da dipanare.

Difficile a questo punto intuire quando si è spalancata la soglia che porta dal desiderio sessuale all’appetito famelico-compulsivo di possederne trenta alla volta.

Difficile perchè, guardando a ritroso, seguendo l’excursus dell’adulto, si trovano quasi solo graffiti e grugniti, “bona” e “belle tette”, e nessuno snodo, nessun capitolo che illumini la trama miserrima.

Abbiamo tutti perso il bandolo in questo nero buco psichico e culturale che ci sta lentamente inghiottendo.

E quando cerchiamo di ritrovarlo, non si sa se sia lo sgomento delle letture quotidiane o l’abitudine ormai al turpe a impedire che il racconto abbia una sua pur greve logica.

Magari che il racconto riparta, finalmente, e provi a ridare significato a quello che noi chiamiamo amore, al rispetto, alla coscienza di sè stessi.

Mita Bruna

l’originale in questo link: https://www.facebook.com/note.php?note_id=252131644830604

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