Di Rosi Mascia
L’anello forte è il titolo di un libro di Nuto Rovelli, scrittore e partigiano, che raccoglie, come  in un collage, una serie di interviste a contadine piemontesi migrate dal sud. Rovelli  racconta storie di donne emigrate, ciascuna col proprio bagaglio di cultura e tradizioni.
L’uomo nei campi, la donna in suo aiuto ma anche tra le bestie ed a badare alla famiglia.  Piccoli ritratti di donne talvolta  analfabete o con scolarità appena elementare, fazzoletti al capo, cucina povera ed istintiva religiosità.
Donne apparentemente deboli ma in realtà inossidabili, l’anello forte appunto. A loro è dovuta la spinta alla emancipazione,  proprio grazie alla loro forza e vitalità, pur conservando una  religiosa custodia della memoria, della patria, della società di origine e della casa. La famiglia si è salvata grazie a queste donne che hanno sopportato il carico di emigrazione e guerra favorendo allo stesso tempo  l’integrazione del nucleo familiare nel nuovo contesto sociale.
Protagoniste della storia quindi, ma anche vittime di condizioni sociali sfavorevoli, di accoglienza virtuale derivante della condizione di immigrate spesso subalterne.
Oggi il ruolo di anello forte della catena spetta di diritto alle donne migranti che sebbene inconsapevolmente, riescono a cambiare  la società: quella del paese di accoglienza ma anche quella della terra di origine dove importano gradualmente frammenti di altre culture, di altre idee, come quelle di uguaglianza e di libertà.
E’ sufficiente guardarsi intorno, nelle strade, per vedere che sono popolate da un mosaico variopinto i cui tasselli sono rappresentati da una moltitudine di persone di diverse etnie con le quali con-viviamo, ma che sicuramente non conosciamo.
Ognuno di questi tasselli possiede un  proprio bagaglio sociale, culturale e religioso ma anche bisogni specifici che non possono essere ignorati da una società che accoglie ne’ tantomeno dalla politica.
Vediamo le donne migranti dovunque, nelle strade, negli uffici o nei negozi, ma raramente comunichiamo,  forse per la loro frequente scarsa conoscenza della nostra lingua o perché per noi il tempo non basta mai, non sappiamo neppure se le nostre idee sui diritti essenziali siano equivalenti alle loro.
Per esempio l’uguaglianza di genere che, se per noi e’ ancora una meta  non raggiunta appieno, per loro ha spesso solo una valenza politica, a fini elettorali, quando va bene, ma non è contemplata proprio nell’ambito della famiglia e della società, nonostante il ruolo fondamentale svolto dalle donne nella gestione del microambiente.
Le donne come anello tra emigrazione,  sviluppo ed integrazione,  una sorta di  “femminizzazione” della migrazione, dalla quale noi tutte abbiamo da apprendere e da insegnare diversità come risorsa.
Le donne emigrate saranno con noi se riusciremo a stabilire un dialogo tra le nostre diverse  culture, favorendo l’ integrazione delle abitudini , dei costumi e dei diritti conservando ognuna le proprie radici culturali ben affondate ma  aprendo le fronde al mondo, come l’albero della globalizzazione vera, quella delle persone.

E’ suggestiva ed illuminata la citazione di Fatema Mernissi, da l’Harem e l’Occidente:  più  riesci a capire uno straniero maggiore è la tua conoscenza di te stessa, e più conoscerai te stessa, più sarai forte.

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