Archivio dell'autore: DonneViola

#GazaICare

Barcellona

Chi ci conosce, e ci segue da un po’ sa benissimo che è molto difficile che il nostro blog rimanga equidistante quando si tratta di ingiustizie.

I crimini che si stanno perpetrando a Gaza non possono non essere denunciati e non è possibile non schierarsi dalla parte dei civili che stanno pagando per tutti il peso di un’occupazione che dura da più di mezzo secolo.

Scrive Rosa Schiano 7 ore fa:

Sono le 3.30 di notte (ore italiane), in questo diciottesimo giorno di offensiva vi sono già 23 palestinesi uccisi tra cui 6 bambini e 10 membri di una famiglia.Il numero dei palestinesi uccisi sino a questo momento è 718, mentre 4563 sono i feriti #Gaza

 

Amira Hass,  giornalista israeliana, parla di metodo in questa follia:

C’è del metodo in questa follia. E il cieco rifiuto di Israele di comprendere la portata della vendetta che sta portando avanti a Gaza ha una sua logica. L’intera nazione è un esercito. L’esercito è la nazione. Entrambi sono rappresentati da un governo ebreo-democratico e da mezzi d’informazione fedeli, e tutti quanti lavorano insieme per vendicarsi dei traditori palestinesi, la cui colpa è quella di non riconoscere l’assoluta normalità della situazione.

E rivolgendosi al governo di Israele:

Nazione, esercito, governo e mezzi d’informazione: avete occhi e orecchie, eppure non vedete e non sentite. Continuate a sperare che il sangue palestinese già versato e quello che ancora deve scorrere basteranno a riportare la calma e la cara vecchia occupazione. Rifiutate di usare le vostre competenze per fermarvi in tempo, prima che si verifichi un disastro ancora più grave. Lo avete già fatto l’ultima volta, e la volta prima.

Intanto nel mondo migliaia di persone chiedono che questa carneficina si fermi.

La pagina facebook di Vittorio Arrigoni sta documentando tutte le manifestazioni.

Questo in Uruguay:

Uruguay

Milano, davanti alla sede Rai

Milano Corso Sempione

Genova:

 

Genova

 

Islanda:

Islanda

In twitter è possibile reperire moltissime informazioni, taciute o edulcorate dalla maggior parte dell’informazione.

Basta seguire hashtag com #GazaUnderAttack #StopBombingGaza #GlobalSolidarityWithGaza

Se poi volete un’informazione precisa e puntuale su quanto sta accadendo precisa vi consigliamo di leggere Il Manifesto, che come sempre segue la cronaca estera come nessun altro quotidiano.

Noi ogni giorno ci informiamo anche attraverso queste testate on line:

NenaNews http://nena-news.it/

BoccheScucite http://www.bocchescucite.org/

QcodeMagazine http://www.qcodemag.it/

Essere informati correttamente è un nostro diritto.

Restare umani una priorità.

 

#GazaICare


Ai centri antiviolenza solo le briciole

Anarkikka

Anarkikka

Pubblichiamo il comunicato stampa di D.i.Re, l’associazione nazionale dei centri antiviolenza.

Un comunicato che condividiamo in toto.

I soldi stanziati per i centri antiviolenza (seimila euro suddivisi in due anni) sono briciole che non riusciranno nemmeno a coprire il pagamento delle bollette.

Nadia Somma ne parla qui.

Questo il comunicato di D.i.Re :

Ai centri antiviolenza solo le briciole dei finanziamenti stanziati: e il resto dei fondi a chi?

30 giugno 2014

Tre mila euro l’anno per due anni: è quanto il Governo intende assegnare a ognuno degli storici Centri antiviolenza e alle Case Rifugio che operano con efficacia da decenni e in regime di volontariato. E’ in questa esperienza che si radicano il sapere e il metodo che consentono a tante donne di salvarsi la vita, e di ritrovare autonomia e libertà. Ma quei soldi non basteranno nemmeno a pagare le bollette telefoniche.

A chi gran parte degli stanziamenti (circa 15 milioni di euro)?
Alle Regioni, che finanzieranno progetti sulla base di bandi: la scelta è quella di sostenere “centri” e sportelli istituiti last minute, oltre che di istituzionalizzare i percorsi di uscita dalla violenza delle donne.

Apprendiamo dalla stampa – il Sole 24 ORE del 27 giugno 2014 – le incredibili modalità di riparto dei fondi -17 milioni di euro- stanziati dalla L. 119/2013 detta contro il femminicidio per gli anni 2013/14.

Secondo una mappatura in base a criteri illeggibili, di questi 17 milioni ai 352 Centri Antiviolenza e Case Rifugio toccheranno solo 2.260.000 euro, circa 6.000 euro per ciascun centro.

Inoltre tutti i centri, pubblici e privati, saranno finanziati allo stesso modo, senza tenere conto del fatto che diversamente dai privati i centri pubblici hanno sedi, utenze e personale già pagati.

Questa scelta del Governo contravviene in modo netto alla Convenzione di Istanbul per la prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, che l’Italia ha ratificato e che entrerà in vigore il prossimo 1° agosto, la quale prevede siano destinate

“adeguate risorse finanziarie e umane per la corretta applicazione delle politiche integrate, misure e programmi per prevenire e combattere tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione, incluse quelle svolte da organizzazioni non governative e dalla società civile” (Articolo 8).

Nella Convenzione si privilegia il lavoro dei centri di donne indipendenti, mentre il Governo Italiano sceglie di destinare la maggior parte dei finanziamenti alle reti di carattere istituzionale.

L’idea è che la politica non intenda rinunciare a “intercettare” quei fondi, e che si proponga di controllare e ridurre allo stremo i Centri antiviolenza indipendenti, già operativi da molti anni e associati nella rete nazionale D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza).
Denunciamo questo modo di procedere.

Il Governo non ha sino ad oggi neppure formulato un Piano Nazionale Antiviolenza, e si presenta in Europa senza avere intrapreso un confronto politico serio con tutte coloro che lavorano da oltre 20 anni sul territorio, offrendo politiche e servizi di qualità per prevenire e contrastare il fenomeno della violenza sulle donne.

#Facciamorete


Il diritto all’istruzione di tutti i bambini #PlanItalia

plan1

 

No, nel mondo i bambini e le bambine non sono tutti uguali.

In troppe parti del globo infatti i bambini e le bambine non hanno accesso all’istruzione.

Per questo ringraziamo di cuore Plan per averci contattato e averci illustrato con cura il lavoro che l’associazione svolge quotidianamente per cercare di fornire a tutti i minori l’accesso all’istruzione.

Solo partendo dall’istruzione infatti si possono contrastare pratiche come i matrimoni precoci, le infibulazioni, le violenze domestiche, lo schiavismo a cui purtroppo ancora molti, troppi bambini sono sottoposti.

Per chi volesse approfondire maggiormente questo argomento Plan ha dedicato questa sezione, in cui è inserito il dossier che vi linkiamo sotto, consultabile da tutti.

http://www.plan-italia.org/dossier/

Citiamo solo alcuni dati:

Nel mondo 57 milioni di bambini e bambine non hanno accesso alla scuola primaria, e di questi 30 milioni sono bambine.

Se si analizza il tasso di compimento degli studi, poi, si nota che quello delle bambine è molto più basso rispetto a quello dei bambini.

Oltre a questo, si contano nel mondo 65 milioni di bambine che non hanno alcun accesso all’istruzione, nè primaria, nè secondaria.

Le bambine prive di istruzione hanno tre volte più probabilità di sposarsi prima dei 18 anni rispetto a quelle che hanno finito la scuola secondaria, per cui il ciclo della povertà non si interrompe.

Le ricerche Plan (Report Because I am a girl 2012)  dimostrano che, se le adolescenti frequentano la scuola e acquisiscono vere abilità, troveranno un lavoro migliore e migliori guadagni, si sposeranno più tardi e avranno meno figli e più sani.

Ogni giorno nei paesi in via di sviluppo 39.000 bambine si sposano. Una su tre ha meno di 18 anni, una su nove ha meno di 15 anni.

Ogni anno 13,7 milioni di ragazze tra i 15 e i 19 anni partoriscono; le complicazioni durante il parto o la gravidanza sono le principali cause di morte per le ragazze di quell’ età.

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Queste sono alcune delle storie raccolte da Plan, che ci fanno comprendere ancora di più la portata drammatica delle situazioni che si trovano a vivere troppi bambini e bambine.

Spose bambine: la storia di May, barattata dal fratello
Venduta dalla propria famiglia in cambio di pochi soldi e alcolici

La tragica storia di May si consuma in Ha Giang, provincia del Vietnam caratterizzata all’apparenza da un’atmosfera paradisiaca. Il luogo è infatti immerso in una vegetazione florida che ricopre colline e montagne, i corsi d’acqua abbondano e a fine estate il giallo vivo delle spighe di riso ricopre e colora i terrazzamenti. Eppure la bellezza di questo paesaggio si contrappone fortemente alla crudeltà racchiusa nelle storie che vedono protagoniste giovani ragazze come May che vengono date in sposa contro la propria volontà. Ogni giorno, nel mondo, sono circa 39.000 le bambine che si sposano.
Alcune di loro riescono a uscire da questa orribile condizione e a testimoniare le violenze subite, altre come May non hanno l’occasione e la forza di ribellarsi, pur coltivando il sogno di una vita fondata sulla libertà di poter scegliere del proprio futuro.
La tragedia di May ha inizio in un giorno qualunque, durante il tragitto che la porta a scuola. La bambina viene “scelta” e rapita da un ragazzo accompagnato da altri tre uomini.
La speranza di essere liberata svanisce quando, tre giorni dopo il rapimento, suo fratello scopre il luogo dove è tenuta prigioniera e invece di battersi per riportarla a casa, cede ad una proposta di baratto da parte del rapitore che gli offre alcune bottiglie di alcolici e qualche soldo in cambio della sorella.
Costretta a sposare il proprio rapitore con il benestare della sua famiglia, la storia di May è quella di una bambina venduta come fosse un oggetto da chi invece dovrebbe tutelarla.
Come May, tutte le bambine costrette a matrimoni precoci sono potenziali vittime di violenze fisiche e psicologiche, nonché maggiormente esposte a rischi sanitari. A loro è spesso preclusa la possibilità di continuare gli studi e di divenire donne emancipate e libere.

Violenze a scuola: quando imparare fa paura alle bambine
 
La forza di Ya Marie Jah nel testimoniare davanti alla Commissione delle Nazioni Unitesulla Condizione delle Donne
Ya Marie Jah è una ragazza della Sierra Leone che è stata vittima di violenze da parte del proprio insegnante per un semplice ritardo.
Tutte le mattine, prima di recarsi a scuola la bambina era solita aiutare la mamma a prendere l’acqua dal pozzo, attività che un giorno l’ha portata ad arrivare a lezione in ritardo. “Il mio insegnante per punizione mi ha costretta a camminare sulle ginocchia dal cancello dell’edificio alla mia classe. Avevo le ginocchia coperte di sangue, le calze sporche di terra e sangue ed ero dolorante”.
Ya Marie Jah racconta quanto accaduto alla madre supplicandola di non mandarla più a scuola, ma la donna cerca di tranquillizzarla e di farle capire l’importanza di continuare a studiare. La bambina l’ascolta e torna a scuola, coltivando però una profonda paura nei confronti del suo professore.
Il coraggio di testimoniare è il risultato di un percorso intrapreso da Ya Marie Jah con un membro di Plan che lavora nel suo villaggio, volto ad accrescerne l’autostima e la forza interore. E così nel 2011 la bambina ha portato la sua testimonianza davanti alla Commissione delle Nazioni Unite sulla Condizione delle Donne.
Il suo è un piccolo contributo nella battaglia portata avanti ogni giorno da uomini e donne per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale ed arginare il fenomeno delle violenze a scuola, radicato nelle realtà di molti Paesi.

Bambini sfruttati: Geeta, la ragazza Kamalari
Una storia attuale di schiavismo legalizzato
Geeta è una bambina che vive in Nepal, paese noto per il fenomeno di schiavismo legale chiamato sistema Kamalari, largamente diffuso tra la popolazione. Una bambina o ragazza Kamalari è una domestica che presta servizio in una casa di benestanti dopo essere stata ceduta dalla sua famiglia sulla base di un contratto orale. La sua condizione è, di fatto, quella di una schiava. Il fenomeno non riguarda solo il Nepal, ma è diffuso in molti altri paesi.
Per sette anni Geeta è stata privata del diritto di vivere la spensieratezza tipica della sua giovane età, al riparo da abusi e violenze, e costretta ad adattarsi alla condizione di ragazza Kamalari a causa della povertà estrema in cui si trova la sua famiglia, di etnia Tharu.
Il progetto di Plan per l’abolizione del sistema Kamalari ha contribuito a far prendere al Governo nepalese la decisione di porre fine a questa forma di sfruttamento infantile con una legge del 19 luglio 2013.
Il lavoro portato avanti dalla Onlus insieme a Geeta e ad altre ragazzine come lei, l’ha aiutata a lasciarsi alle spalle la triste vicenda che l’ha coinvolta in prima persona e ha dato nuova linfa ai suoi sogni per un futuro dignitoso.

Studiare per uscire dalla povertà: la storia di Alima
La bambina del Senegal che sogna di diventare insegnante
Alima ha 7 anni e vive in Senegal. Lei è una delle poche bambine “fortunate” nell’area, perché i suoi genitori possono permettersi (per il momento) di mandarla a scuola. Il suo obiettivo è “imparare a leggere bene”, come lei stessa racconta, per coronare il sogno di diventare, un domani, insegnante.
La bambina ha iniziato la prima elementare da qualche mese e si dice affascinata dalla quantità di libri che ci sono a scuola. A casa ne aveva uno, ma a forza di sfogliarlo si è rovinato tutto e i suoi genitori non possono permettersi di comprargliene uno nuovo.

Molte sue coetanee non riescono a completare la scuola primaria e smettono quando il denaro in casa diventa insufficiente, costrette a lavorare per aiutare la propria famiglia.
Anche Alima da una mano in casa visto che è lei la maggiore di quattro fratelli. Mentre il papà è al mercato dove vende diversi articoli, Alima aiuta la mamma a cucinare, lavare i piatti e ad accudire il più piccolo dei fratellini. “Sto imparando a portarlo sulla schiena – dice – è un po’ pesante ma va bene”.

Nonostante l’amore per lo studio c’è qualcosa che spaventa Alima: le violenze che spesso subiscono le ragazzine che vanno a scuola da parte dei propri insegnanti ma anche il percorso per raggiungere l’istituto, ricco di ostacoli e pericoli. “Ho paura di essere sola per le strade”, dice.

Il maltrattamento delle bambine – a scuola o durante il tragitto per raggiungerla – è un altro motivo per cui molte ragazze abbandonano gli studi. La violenza sessuale non è rara in Senegal e alcune scuole utilizzano ancora oggi le punizioni corporali.

Nonostante in Senegal le bambine siano considerate meno preziose dei ragazzi Alima continua a studiare, anche grazie al lavoro portato avanti da Plan nell’area e in particolar modo nella sua scuola, convinta che l’istruzione possa aiutarla ad uscire dalla povertà.


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